“Riceva un bacio dal Suo L.” Lodovico Caldesi, patriota e botanico

30 novembre 2024 - 30 marzo 2025

I più importanti testi di botanica e di scienze naturali pubblicati fra il XVI e il XIX secolo conservati nella collezione di Ludovico Caldesi

La biblioteca Manfrediana custodisce da oltre cento anni il famoso fondo librario di Lodovico Caldesi, che conta tra volumi e riviste complessivamente 1.428 opere. La raccolta presenta prevalentemente un interesse naturalistico e botanico, ma non mancano testi di carattere storico, enciclopedico e persino opere che circolavano clandestinamente. Nella sua collezione contiamo 41 edizioni botaniche del Cinquecento, 59 del Seicento, 211 del Settecento e ben 429 dell’Ottocento.

Se da una parte la biblioteca di Caldesi è richiesta, apprezzata e studiata, pochi sanno che in Manfrediana è conservato anche l’“epistolario famigliare” del botanico, con le lettere raccolte dalla madre mentre il patriota era in esilio.

Nel 1985 a Palazzo Milzetti venne realizzata una esposizione dei volumi di argomento botanico naturalistico dal titolo Bibliotheca botanica

Tutti i volumi del fondo Caldesi sono catalogati nel catalogo on line Scoprirete

Lodovico Caldesi, nacque il 19 febbraio 1821 nella villa di Persolino, secondogenito di Domenico e Maddalena de’ Pazzi, nobile fiorentina.

Sin da giovane dimostrò un animo liberale: nel 1845 prese attivamente parte ai moti rivoluzionari e, perseguitato dalla polizia dello Stato Pontificio, fu costretto a esulare in Francia. Non sappiamo quando iniziò a studiare botanica, passione che lo accompagnò per tutta la vita, ma da una sua lettera sappiamo che seguì una lezione a Marsiglia  il 2 dicembre 1845, tenuta dal marchese Pietro Petrucci.

Con l’amnistia del Perdono, nel 1846, tornò a Faenza e partì nel 1848 alla volta di Vicenza insieme ai cugini Leonida e Vincenzo Caldesi. Il 23 gennaio 1849 fu eletto deputato di Faenza alla Costituente Romana e combatté per difendere la capitale dalle truppe francesi.

Costretto all’esilio dal governo papale dopo il fallimento della Repubblica Romana, visse a Firenze, Genova, Torino e in Svizzera, per poi tornare a Faenza solo nel 1859, quando fu eletto deputato dell’Assemblea delle Romagne.

Negli anni successivi alternò la carriera politica agli studi botanici, arruolandosi un’ultima volta tra le file garibaldine nel 1866. Ritiratosi a vita privata, sposò nel 1870 la marchesa Francesca Diotallevi di Rimini, dalla quale ebbe il suo unico e amatissimo figlio, Furio Camillo, che venne però a mancare il 21 marzo 1881. Caldesi a sua volta perse la vita tragicamente per un incidente in carrozza, alle porte della sua villa di Persolino, il 25 maggio 1884.

Lasciò in eredità alla moglie l’usufrutto ad vitam dei suoi averi, con lo scopo di istituire poi un Collegio Convitto Agrario nella sua villa di Persolino, intitolandolo a Furio Camillo, così scriveva nel suo testamento:

La proprietà dei miei beni, che esser dovea dell’adorato mio Camillo voglio che gli rimanga almeno moralmente e a tale scopo destino detti unici beni tutti (ad eccezione del mio erbario che verrà consegnato subito dopo la mia morte alla Università di Bologna) all’apertura di un laico Collegio Convitto Agrario quale viene raccomandato  dal Ministero e possibilmente anche Classico-Commerciale, a condizione però  che venga aperto in Faenza e si denomini  dal mio ahi! troppo presto rapito Furio Camillo, che se per  fatalità non mi riuscì di farlo utile cittadino e buon patriota, come  io mi proponeva, vantaggiosa ne rimanga almeno la memoria e benedetta.

Il patrimonio librario è custodito presso la Biblioteca Manfrediana di Faenza, un suo erbario è all’Università di Bologna e un altro presso il Liceo Torricelli-Ballardini di Faenza. Presso il Museo del Risorgimento e dell’Età Contemporanea di Faenza sono conservati la sua giubba e un medagliere con cinque medaglie.

Se da una parte per uno studioso naturalista è fondamentale una biblioteca scientifica aggiornata, dall’altra è necessario anche applicare le proprie conoscenze con la ricerca e la collezione.

Caldesi chiese per la prima volta alla madre di spedirgli il suo “erbariuccio” nel febbraio del 1851, riuscendo a riceverlo solo nell’ottobre del 1852 dopo diverse peripezie. Mentre era in esilio ebbe la possibilità di “erborizzare” spostandosi spesso tra Genova e la costa ligure, scambiando le piante raccolte con studiosi e corrispondenti italiani e esteri, collezionando in questo modo piante da diverse parti del mondo. Scrisse il 17 gennaio 1856 da Genova:

Insomma, mia cara mamma, quelle Alghe, ch’ella non poteva persuadersi perché ne raccogliessi tante, m’hanno fruttato in questi giorni una collezione magnifica di un 200 in 300 specie di altre alghe dell’Oceano e specialmente della Manica, della costa di Spagna, del Capo di buona speranza e delle Americhe. E ciò che più importa m’hanno fruttato la relazione e la corrispondenza col più valente algologo vivente, onde i suoi esemplari sono autentici e preziosi.

La parte più consistente del suo erbario oggi è conservata presso l’Università di Bologna.

Molti spostamenti sulle colline faentine e in Romagna sono riconducibili dalle informazioni che Caldesi stesso trascrisse nel suo erbario: si può quindi ricostruire la frequenza con cui ha visitato le diverse località della zona, da Persolino, alla Pideura, a Castel Raniero, fino al litorale (Rimini, Cervia, Ravenna). Allo stesso modo possiamo vedere il suo interesse per la flora spontanea locale negli articoli apparsi sul Nuovo Giornale botanico italiano, dal nome Florae faventinae tentamen.

I maggiori campi di interesse e ricerca di Lodovico Caldesi sono stati la famiglia delle Crittogame, a cui era stato iniziato dal De Notaris, e delle Rosacee.

Il professor Filippo Parlatore dedicò a Lodovico Caldesi “benemerito della flora italiana per la cognizione a lui dovuta segnatamente di molte rare specie di piante crittogame” il genere Caldesia.

I libri di Lodovico Caldesi, come tutti i suoi beni, dovevano essere destinati “all’apertura di un laico convitto agrario”, ma per un accordo tra la Fondazione “Furio Camillo Caldesi”, presieduta dal cugino di Lodovico, il senatore Clemente Caldesi, e il Comune, vennero venduti alla Biblioteca faentina per la cifra di L. 3.870,55 ed arrivarono in Biblioteca nel febbraio 1911. Il lavoro di collocazione fu affidato al bibliotecario Sante Fiorentini, che lo portò a termine nel giro di un anno.

Tutti i volumi e le riviste, complessivamente 1.428 opere, furono collocati su scaffalature provenienti dal Convento dell’Osservanza nella sala adiacente alla “Sala del Settecento”, dove si trovano ancora oggi, distinti dalla collocazione H, seguendo l’ordine alfabetico usato in altri magazzini e depositi, e contrassegnati con un apposito e grande timbro rettangolare ad inchiostro rosso.

Il fondo presenta prevalentemente un interesse naturalistico e botanico, ma non mancano testi di carattere storico, multidisciplinare e persino opere che all’epoca di Caldesi circolavano clandestinamente.

Nella sua collezione contiamo 41 edizioni botaniche del Cinquecento, 59 del Seicento, 211 del Settecento e ben 429 dell’Ottocento. I volumi tra il ‘500 e il ‘700 mostrano un carattere prevalentemente enciclopedico, con un occhio di riguardo per tutti quegli autori che nei secoli hanno scritto la storia della botanica. Le opere ottocentesche, parte più corposa della collezione, sono acquisizioni fino al 1882-1883 e spesso presentano la firma autografa degli autori. A differenza dei secoli precedenti la raccolta del XIX secolo lascia largo spazio ai due filoni che hanno appassionato particolarmente Caldesi: le crittogame e le flore locali.

“L’epistolario famigliare di Lodovico Caldesi”, titolo inciso sulla copertina di un carteggio rilegato, raccoglie 352 lettere dal 1843, quando il botanico e patriota era a Bologna insieme al Generale Durando, al 1881, dove aveva raggiunto il figlio malato a Riva S. Vitale in Svizzera.

Vi sono due parti molto corpose e interessanti: la prima copre tutto il periodo tra la prima guerra d’Indipendenza, dove Lodovico combatté a Vicenza, e la Repubblica Romana, e la seconda ripercorre l’arco temporale del suo esilio dopo resa di Roma fino al ritorno a Faenza nel 1859. Le lettere, prevalentemente spedite da Caldesi alla madre, fanno emergere l’umanità di Lodovico, le sue paure e fragilità. Non mancano poi le arrabbiature contro i propri concittadini, il bisogno di erborizzare, la sua passione e visione politica, la quotidianità di un uomo in esilio, che va a teatro, che aspetta il conquibus, che, strano per il periodo, è ancora scapolo, ma non vede l’ora di tornare a Faenza nella sua Persolino. Nelle lettere possiamo vedere il passaggio da toni più formali – a sua madre Maddalena dà sempre del lei – a dialettalismi e espressioni colorite, senza mai dimenticarsi, a fine lettera, di mandare un bacio alla madre.

L’epistolario contiene anche una sezione chiamata Aggiunte, che raccoglie alcune corrispondenze tra Lodovico Caldesi e Francesca Diotallevi, sposata nel 1870 e che lui chiama con il vezzeggiativo Checchina, e tra il piccolo Furio Camillo e i genitori. In queste lettere traspare una dolcezza nuova nei confronti della famiglia che si è formato e che, purtroppo troppo presto, il destino gli sta per strappare.

Lodovico Caldesi colleziona negli anni una consistente biblioteca botanica, con volumi dei più importanti scienziati dal Cinquecento all’Ottocento.

Una delle più imponenti pubblicazioni sulle piante medicinali mai prodotte fu quella di Joseph Plenck, in otto volumi con 758 tavole incise colorate a mano, alcune delle quali sono grandi pieghevoli, ma pochissime copie sono complete.  Il volume VIII, composto da sole due parti con 58 tavole, è estremamente raro e fu pubblicato dopo la morte dell’autore nel 1812. Le Icones plantarum medicinalium di Plenck appartengono ai punti salienti della famosa scuola viennese di illustrazione botanica che fiorì alla fine del XVIII secolo, il cui membro più noto fu Nicolaus Joseph von Jacquin (1727-1817), la cui impressionante produzione potrebbe aver ispirato Plenck, le cui tavole sono nello stile Jacquin, ma non viene menzionato alcun artista o incisore. In effetti, alcune delle tavole sono disegnate dopo Jacquin, ma la maggior parte sono nuove, essendo piante autoctone europee mai raffigurate da Jacquin. Il medico austriaco Joseph Plenck, possessore di una mente enciclopedica, portò una moltitudine di conoscenze e talenti in ogni campo che indagò. È solitamente considerato un membro della Scuola di Medicina di Vienna. I suoi talenti erano così vasti che in un momento o nell’altro fu professore di chimica, botanica, chirurgia, anatomia e ostetricia. È generalmente considerato il fondatore della dermatologia sistematica nella sua Doctrina de morbis cutaneis (1776), in cui seguì il metodo di Linneo nella classificazione delle malattie della pelle.

Pierre-Joseph Redouté, illustratore e botanico, fu un impareggiabile maestro dell’illustrazione e incisione botanica. La sua opera più nota Les Roses fu pubblicata in tre volumi tra il 1817 e il 1824. Questa raffinata edizione mostra la sua straordinaria capacità di catturare la singolare bellezza della natura con precisione e vivacità.
“Rose meravigliose dalla bellezza senza tempo. Grazie alla sua straordinaria capacità di catturare i soggetti più intricati presenti in natura, Pierre-Joseph Redouté è ampiamente considerato il più grande pittore e incisore dell’arte dell’illustrazione botanica. La scelta di lavorare con piante vive anziché con gli esemplari degli erbari ha conferito ai suoi acquarelli un’inconsueta delicatezza e freschezza. Innovatore delle tecniche di stampa, introdusse in Francia l’“incisione a punti” e non smise mai di perfezionare l’accuratezza della sua arte.

Giorgio Bonelli (1724-1803?), medico e botanico, svolge gran parte della sua attività a Roma dove è anche docente di medicina e protomedico pontificio. Autore di memorie e dissertazioni scientifiche, a lui gli editori Bouchard e Gravier (francesi ma residenti a Roma) propongono la direzione scientifica di un catalogo sistematico delle piante dell’Orto botanico capitolino, pubblicato a partire dal 1772 col titolo di Hortus Romanus juxta systema Tournefortianum  … Roma, 1772-1793. Come esplicita il titolo l’autore utilizza il sistema di classificazione di Tournefort, ormai superato, ma dal secondo volume (a Bonelli è succeduto ormai Nicola Martelli) l’opera risentirà maggiormente della lezione linneana, in particolare per la nomenclatura binomia.

Il monumentale lavoro (8 volumi, 100 tavole di pregevole fattura per volume) rappresenta uno dei più importanti contributi italiani alle grandi opere di botanica del XVIII sec. L’opera è anche molto rara: si ritiene che del primo volume siano state pubblicate circa 300 copie e dei successivi ancora meno. L’esemplare posseduto dalla Biblioteca di Faenza comprende solo 7 volumi.

 

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