Il Turco a Faenza

Ottobre 2023 - gennaio 2024

La mostra  nasce nell'ambito del progetto ERC The ‎European Qur'an, che si occupa, appunto, di evidenziare i percorsi di diffusione di idee sull'Islam e sul Corano nell'Europa fra il XII e il XIX secolo. I libri esposti - tutti appartenenti alle collezioni della Biblioteca - sono la testimonianza di un duplice sguardo oltre i confini della Romagna e dell'Italia. Uno più locale, bibliofilo, che racconta come collezionisti faentini abbiano raccolto, fra molte altre cose, anche testi sugli Ottomani e sull'Islam. Un altro più antico, degli autori di questi testi che, a titolo e con scopi diversi, hanno scritto di Islam.

La mostra, a cura di Michele Petrone,  nasce nell’ambito del progetto ERC The ‎European Qur’an, che si occupa di evidenziare i percorsi di diffusione di idee sull’Islam e sul Corano nell’Europa fra il XII e il XIX secolo.

I libri esposti – tutti appartenenti alle collezioni della Biblioteca – sono la testimonianza di un duplice sguardo oltre i confini della Romagna e dell’Italia. Uno più locale, bibliofilo, che racconta come collezionisti faentini abbiano raccolto, fra molte altre cose, anche testi sugli Ottomani e sull’Islam. Un altro più antico, degli autori di questi testi che, a titolo e con scopi diversi, hanno scritto di Islam.

Un primo gruppo di testi, il più copioso, riguardano la letteratura di viaggio e proto-orientalistica dell’Impero Ottomano. Scritti dal XVI al XVIII secolo rappresentano l’evoluzione del punto di vista occidentale sul turco, che a partire da Sansovino (m. 1570) emerge dalle nebbie dell’inimicizia per diventare sempre più un altro a tutto tondo.

Questo anche grazie ai viaggi, che costituiscono il secondo gruppo, sempre più frequenti nelle terre d’oriente, rappresentati qui dai viaggi del parmense Cornelio Magni (m. 1692).

Un terzo gruppo riguarda la rappresentazione del turco nella narrativa europea, tradotta anche in italiano, impregnata di esotismo nonostante il progresso delle conoscenze in ambito orientalistico e gli sforzi di formazione di nuovi specialisti, anche attraverso la pubblicazione di manuali (oggi difficilmente utilizzabili) come la raccolta di proverbi turchi scritti in alfabeto armeno.

Un discorso a parte meritano le mappe, sia quelle contenute nei volumi, che le carte geografiche. Oltre che strumento di orientamento, sono anche un ulteriore modo per rappresentare l’altro attraverso i confini, le definizioni e i nomi dei luoghi. Quando rappresentano gli itinerari di viaggio, poi, sono (o dovrebbero essere) la prova che il racconto, almeno in parte, non è pura finzione.

Lo spirito erudito che informa il collezionismo faentino ha portato tracce non secondarie di un processo lungo di costruzione dell’Orientalismo e, con questo, di varie immagini dell’Islam, soprattutto di quello Ottomano.

 

 

Per conoscere l’altro bisogna incontrarlo. Moltissimi europei, spinti dai possibili guadagni, dalla politica, o dalla voglia di avventura, si recarono in Oriente, specialmente a Istanbul. Il racconto di questi viaggi, nato forse dalla necessità di rendicontare il proprio operato, divenne ben presto un genere letterario, con i suoi canoni: la descrizione del viaggio a Costantinopoli, quella del Serraglio “del Gran Signore” e della città, seguite dalle impressioni sui costumi(rozzi e affascinanti) e dalla confutazione della religione. Attorno a questo canovaccio si svolgono racconti più o meno veritieri, che da un lato vogliono stupire, dall’altro riportano notizie attendibili su un mondo ancora molto lontano.
Poullet nel XVI sec. dice ai suoi lettori che, nelle sue note di viaggio, troverà informazioni veritiere, diverse da quelle fantasiose e inventate delle “migliaia” già pubblicate. In alcuni casi le informazioni hanno addirittura uno scopo scientifico, come nelle Osservazioni sul Bosforo
di Marsili (m. 1730).
Mons. Domenico Zauli (m. 1722) e i suoi eredi hanno raccolto alcuni fra gli esempi più interessanti di questa letteratura, seguendo una tradizione erudita europea, curiosa della vita e dei costumi di quello che, fino al XX sec.(e forse oltre), era ancora il vicino, il nemico e l’altro per eccellenza.

Il fascino per l’Oriente, i racconti di viaggio più o meno romanzati non potevano che sfociare nella narrativa di finzione. A questa tendenza contribuì la pubblicazione delle
Mille e una notte all’inizio del ‘700 da parte di Antoine Galland. Petis de la Croix (m. 1713), che si inserì anche nel lavoro di Galland, realizzò i Mille e un giorno, da cui furono estratte varie raccolte di novelle, spesso attribuite a personaggi verosimili, ma inventati come Chec Zadé.
Scrittori eruditi italiani, come Verci (m. 1796), si spinsero a ulteriori elaborazioni del tema, adattando figure orientali ai temi del romanzo sentimentale settecentesco.
Molte delle storie nate in quel periodo divennero parte dell’immaginario europeo, dando origine anche a opere liriche come la Turandot di Puccini, derivata dalla Tūrān-dokht (La ragazza del Turan) di Petis de la Croix.
Non è casuale nella storia del collezionismo faentino che i due volumi qui presentati appartengano a Biondi (m. 1952) e Regoli (m. 1944). Da un lato rappresenta un mutamento degli interessi eruditi verso una curiosità più esotista. Dall’altro l’emergere di un orientalismo scientifico ha reso parzialmente obsolete le opere del ‘500 e del ‘600.

Oltre ai racconti, i viaggiatori in Oriente portano informazioni su strade, città e luoghi, spesso anche piccole mappe rudimentali. Queste informazioni venivano poi rielaborate da cartografi professionisti in carte geografiche sempre più precise. Lo scopo era anzitutto quello militare, per il quale mappe specifiche erano disegnate e stampate.
Altre, come quelle di Marsili (m. 1730), servivano a illustrare indagini proto-scientifiche.
Divenne ben presto anche oggetti da collezione e di arredamento per nobili e borghesi, che idealmente creavano un orizzonte spaziale alle novelle e ai racconti di viaggio in Oriente. Spesso, poi, queste mappe facevano da corredo iconografico ai racconti
La mappa di Janvier (m. 1776) mostra come ancora nel ‘700 inoltrato la Turchia era vicina e l’idea di Europa fosse definita già come un’entità territoriale, con la Turchia (termine che indica i confini ottomani).

Il Turco è, in epoca moderna, l’archetipo dell’altro, vicino e nemico, affascinante e terribile.

Per confutare l’Islam e combattere un regno in rapida espansione, fin dal XVI sec. si rese necessario conoscere gli Ottomani. Ambasciatori, avventurieri, mercanti riportavano notizie, testi, racconti che vennero raccolti in libri, spesso di grandissimo successo, tradotti e ristampati per secoli.

Un primo approccio, che ci acconta della curiosità dei collezionisti faentini (Zauli Naldi più di altri) che è anzitutto erudita.

Non si può non partire dal Corano, qui nella traduzione seicentesca di du Ryer, la prima integrale in una lingua europea fatta direttamente dall’arabo, fino ad allora basate sostanzialmente sulla versione latina di Robert of Ketton.

Il testo sacro era letto sia da cattolici che da protestanti, che lo usarono anche per attaccarsi a vicenda su questioni teologiche, come mostra il testo di Beverwijck (m. 1647).

A volte, com’è il caso di Juan Andrés (m. 1515), sono i musulmani stessi, convertitisi al Cattolicesimo, a scrivere opere di confutazione.

Le storie (il best-seller di Rycaut ne è qui un esempio) sono uno dei prodotti dello studio dei testi in lingue orientalei (Arabo, Persiano e Turco Ottomano), mescolate ai racconti dei viaggiatori che riportavano, a loro dire, resoconti di prima mano creduti attendibili. Erano, a partire da quella di Sansovino, che riprende a piene mani l’umanista e viaggiatore Menavino, raccolte per eruditi che plasmarono, fino alla fine dell’800, l’immagine del Turco.

Una storia del collezionismo librario a Faenza e in Romagna non è ancora stata scritta. I singoli collezionisti, le loro scelte, i loro contatti, per come emergono dai volumi di questa mostra smentiscono almeno un pregiudizio: che si trattasse di intellettuali di provincia, privi di ogni interesse che non fosse per la storia e la cultura locali. O, nel migliore dei casi, per i riverberi che fenomeni nazionali o continentali hanno avuto sulla Romagna.

L’attenzione sistematica di mons. Zauli al mondo turco, sia dal punto di vista culturale che religioso non può essere considerata casuale. Allo stesso modo i libri sugli Ottomani e sull’Islam dei fondi gesuitici sono strumenti per la conoscenza di un avversario religioso. Anche se non è nota la presenza di comunità missionarie nelle immediate vicinanze di Faenza.

Le collezioni più moderne, come quelle di Biondi, Regoli o dei coniugi Corbara, rispondono ad esigenze diverse, in cui l’interesse per il supporto, la sua antichità, il suo prezzo hanno la meglio sul contenuto. Questo però, non vuol dire che da parte di questi collezionisti non ci fosse competenza, come mostra la presenza in 3 collezioni diverse dell’opera di Rycaut Gl’Annali ouero le Vite de’ principi et signori della casa Othomana, sia in italiano che in francese.

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