Credo che la casa sia l’unità minima della nostra società. Nella sua organizzazione confluiscono le dinamiche, le difficoltà, gli ideali e i sentimenti che troviamo quando cominciamo ad aggregare questa cellula in entità via via più complesse – un condominio, un quartiere, una città, una nazione, un continente. E questo perché la casa è l’habitat dell’essere umano, il luogo in cui ci concediamo di mostrarci per quello che siamo realmente, il posto in cui interagiamo con gli esseri umani che più hanno un impatto sulle nostre vite e che riunirei sotto il termine generico di famiglia, inteso nella sua accezione più ampia. In questo senso sposo la visione dell’immenso Richard Yates, secondo cui non ci sarebbe altro di cui scrivere, se non di famiglia. E questo non perché la realtà finisca con i muri perimetrali della nostra casa, non perché tutto si riduca alle relazioni che costruiamo all’interno della famiglia, ma proprio perché queste permettono di analizzare la complessità del mondo esterno, mostrandoci una scheggia purissima del frattale che da lì si dipana.

Intervista a Michele Ruol apparsa su Minima et Moralia