La Biblioteca e l’ex Convento dei Servi2018-11-06T14:36:24+00:00

La Biblioteca e l’ex Convento dei Servi

Il 25 novembre 1818 con una solenne cerimonia annunciata dal gonfaloniere Pietro Mazzolani la Biblioteca di Faenza venne aperta al pubblico. La cerimonia, alla quale presero parte le più alte autorità cittadine, avvenne nell’aula del soppresso Liceo Dipartimentale nell’ex convento dei Gesuiti. Solo nel 1825, come ricorda la lapide posta lungo lo scalone centrale, la biblioteca venne trasferita nella sede attuale, in seguito alla restituzione del complesso conventuale ai Gesuiti, ritornati a Faenza nei primi decenni dell’Ottocento.

Le origini della Biblioteca di Faenza risalgono alle soppressioni napoleoniche delle case religiose e alle conseguenti confische avvenute a partire dal 1797. A questo primo nucleo si aggiunsero successivamente altri volumi con l’estensione all’ex Legazione delle Romagne della legge del Regno di Sardegna. Ulteriori incrementi si devono ai provvedimenti di soppressione delle case religiose adottati dallo Stato italiano (1866 e 1867).

I pochi documenti conservati nell’Archivio della Magistratura del Comune di Faenza non contribuiscono a far luce sugli eventi convulsi di quei giorni. Il più antico risale al 7 luglio 1797 quando il giusdicente di Faenza Francesco Conti scrive alla municipalità comunicando di essere stato incaricato dall’Amministrazione centrale della raccolta e custodia dei libri delle Case Religiose insieme con il cittadino Dionigi Strocchi e chiede che gli vengano consegnate le chiavi della Biblioteca di S. Maria, così da poter redigere l’inventario nelle dovute forme legali. Il mese successivo, precisamente il 19 agosto, Conti e Strocchi, in qualità di “Deputati alle Biblioteche delle soppresse case religiose”, sollecitano nuovamente la consegna, che però tarda ad essere effettuata. Si arriva così al 10 novembre quando Francesco Conti da Milano scrive di aver assegnato la custodia delle biblioteche a Giambattista Scardavi.

Dalla Notificazione dell’avvoc. Scardavi relativa alle librerie delle soppresse case religiose di Faenza, scritta forse più con intenti autodifensivi che tesa a illustrare nel dettaglio il lavoro compiuto, si apprende che Francesco Conti aveva stimato in circa 15.000 i volumi appartenuti ai religiosi. Di questi solo 4.000 vennero ritenuti degni di essere destinati alla nascente biblioteca. Scardavi organizzò la raccolta dapprima nelle stanze del Convento dei Cistercensi, già dei Gesuiti, e poi nell’oratorio della Compagnia degli Angeli. Pochi mesi dopo i libri vennero consegnati a Marino Borsieri. La nota firmata da Marino Borsieri in data 6 marzo 1798 relativa alla consegna dei libri in numero di “quindicimilaquarantasei” è conservata nel fondo Scardavi dell’Archivio storico del Comune di Bagnacavallo. Borsieri segnala la presenza anche di numerosi breviari, salteri e antifonari non presenti nell’elenco e di altri volumi scartati e gettati sotto il tavolo. Sebbene Scardavi narri di aver provveduto ad apporre la sua firma sui frontespizi di tutti i libri, questa resta su appena 361 volumi della Biblioteca di Faenza. L’ultimo documento di questo periodo conservato nell’Archivio del Comune di Faenza risale all’11 maggio 1798.

L’assenza dei libri di molte importanti congregazioni e di altri elementi identificatori della provenienza in misura assai superiore alle aspettative ha fatto presumere che non tutti i libri siano giunti subito in biblioteca. In parte potrebbero essere stati restituiti ai religiosi con il ritorno della sovranità pontificia e la ricostituzione di molte famiglie religiose. Lo studio delle note di possesso sembra confermare questa teoria. Alcuni contenziosi si trascinarono a lungo, come dimostra l’incameramento della libreria dei Minori Osservanti, terminato con l’autorizzazione da parte del Gonfaloniere dell’apposizione del timbro della biblioteca, solo nel febbraio del 1818.

I documenti d’archivio tacciono fino al 1804 quando, dietro sua richiesta, venne nominato bibliotecario a vita l’abate Andrea Zannoni, in cambio del dono dei suoi libri. Promessa che forse non mantenne fino in fondo: i libri con la sua nota di possesso sono poco più di un centinaio, un numero ben lontano dagli oltre duemila da lui elencati. Anche il suo lavoro di ordinamento non dovette sortire grandi risultati se ancora nel 1815 la Biblioteca di Faenza risulta “in un disordine tale, che resta ancora presso che inservibile”. Il bibliotecario Bernardo Montanari scrive che “ella è sempre rimasta nel corso di ben quindici anni in un pieno disordine ed in totale confusione. Sono tra i quindici, o ventimila volumi, che ammonticchiati gli uni sopra degli altri come furono trasportati dalle corporazioni soppresse”.

Solo con la nomina del conte Giovanni Gucci avvenuta nel 1815 sembrò schiudersi per la biblioteca un periodo di grande attività. Nel 1816 venne redatto l’inventario che annovera 7.391 volumi. Il catalogo, in ordine alfabetico, comprendeva anche una sezione dedicata agli scrittori faentini, prototipo dell’attuale Raccolta Faentina. Il 25 novembre 1818, finalmente, la Biblioteca venne aperta al pubblico. L’apertura della biblioteca avvenne con una cerimonia solenne annunciata dal Gonfaloniere Pietro Mazzolani il 23 novembre 1818. Per l’occasione il bibliotecario Giovanni Gucci tenne un discorso destinato a procuragli non pochi guai, in quanto venne accusato di “irriverenza religiosa”. Negli anni successivi gli venne dimezzato il salario e infine sospeso dall’incarico. Reintegrato nel suo ufficio grazie all’intervento del cardinal Rivarola nel 1824, Gucci, dimostrò per l’epoca una concezione molto moderna e non di semplice “custode della libreria” come veniva definito negli atti ufficiali, circa le funzioni culturali della biblioteca. Compiti culturali che aveva inserito già nel 1818 nell’articolo 11 della Disciplina: “Ad oggetto di promuovere le cognizioni e di esercitare gli ingegni, nei primi giovedì di ogni mese verrà letta una memoria latina, o italiana nella Libreria sopra diversi argomenti”. Nel 1825 Gucci, che sollecitò il deposito delle opere stampate dalle tipografie faentine, seguì il trasloco della biblioteca nella sede attuale, che si concluse nel 1826. Negli anni della sua direzione le raccolte, non solo bibliografiche, vennero incrementate grazie ad acquisti e donazioni. Nel 1828 dovette lasciare l’incarico per motivi di salute, non prima però di essere stato considerato un bibliotecario.

Dopo l’unificazione altri volumi provenienti dalle librerie conventuali andarono a incrementare quello originario. Di questi incameramenti si occupò Gian Marcello Valgimigli al quale si deve anche l’indicazione del numero dei volumi conservati nelle biblioteche dei Cappucini, Riformati, Conventuali, Riformati , Osservanti di Brisighella. Dei quasi 6.000 volumi contati da Valgimigli purtroppo poco più della metà sono sopravissuti al crollo del 1944. Allo stesso Valgimigli fu affidata la compilazione dell’inventario della libreria dei Gesuiti, che contava oltre 9.000 volumi. La biblioteca dei Gesuiti, il cui ingresso era stato sigillato nel 1859 dopo che il notaio Giovanni Toschi aveva provveduto a redigere l’elenco di tutti i beni della Compagnia, era arredata su ben tre lati da grandi scaffalature lignee. I libri, chiusi in 45 casse, alle quale se ne aggiunsero altre dodici con i volumi recuperati in altre stanze, furono trasportati nella sede della Biblioteca comunale. Inventariati da Marcello Valgimigli, 3.506 libri furono selezionati dal preside Ghinassi per la biblioteca del neonato liceo classico. Grazie al progetto La biblioteca ritrovata vincitore della VII edizione del concorso “Io amo i beni culturali” promosso dall’Istituto per i beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna gli studenti del Liceo Torricelli-Ballardini hanno ricostruito, avvalendosi dei documenti d’archivio, le vicende delle raccolte librarie dei Padri Gesuiti. Attraverso le note di possesso è oggi possibile ricomporre virtualmente la biblioteca dei Gesuiti che nel 1860 fu divisa fra Comunale e Biblioteca del Liceo Classico. La prima raccolta libraria, che comprendeva anche oltre 2.300 volumi provenienti dal legato testamentario del cardinal Carlo Rossetti, a seguito della soppressione dell’ordine nel 1773, venne incamerata dal Seminario.

Per tutto l’Ottocento le attività dei bibliotecari si concentrarono sugli adeguamenti strutturali e sull’incremento del patrimonio librario, anche grazie alle donazioni di consistenti librerie private, fra cui quella della famiglia Bucci, pervenuta nel 1888. Probabilmente ideata dal filosofo faentino Antonio Bucci conserva opere settecentesche che si ricollegano a momenti significativi del dibattito filosofico e politico del XVIII secolo, con chiare puntate sul versante scientifico ed economico e con ampie apertura alla cultura illuministica europea.

L’obiettivo principale dei direttori ottocenteschi fu quello di costituire un fondo dei manoscritti faentini (cronache, corrispondenza, carteggi, memoriali), che portò all’acquisizione di molti documenti legati al territorio, come le carte della famiglia Laderchi e le carte dell’egittologo Francesco Salvolini. Allo storico Gian Marcello Valgimigli, direttore dal 1848 al 1877, si devono l’acquisto di numerosi manoscritti locali, di opere di botanica, medicina, architettura e di testi classici, e la stesura del primo catalogo alfabetico per materia e un catalogo generale dei libri. Dopo la sua morte, avvenuta il 12 settembre 1877, la sorella si premurò di adempiere le volontà del fratello di donare tutti i suoi manoscritti alla biblioteca, fra cui i 26 manoscritti, che costituiscono ancora oggi una delle fonti più ricche di informazioni per la storia di Faenza.

Oltre alle Memorie istoriche di Faenza in 18 volumi (ms. n. 62/I), le parti più conosciute sono le Giunte (ms. n. 62/II), gli Appunti per la storia dei secc. XVI-XIX (ms. n. 62/III), gli Appunti per la storia (ms. n. 62/IV) e i Pro memoria e miscellanee (ms. n. 62/V), consultabili nella Biblioteca Digitale Faentina

Gli acquisti e le prime donazioni, non limitate alle sole raccolte librarie, portarono la consistenza patrimoniale dichiarata al Ministero dell’Interno sotto la direzione di Antonio Verna a 30.000 volumi nel 1884 e a 42.000 nel 1893.

Nel 1880 venne redatto un nuovo regolamento, dato alle stampe nel 1881 con il titolo di Regolamento per la Biblioteca Comunitativa di Faenza, che prevedeva il prestito esterno dietro permesso del Sindaco. Un nuovo regolamento venne redatto in occasione del primo centenario a cura di Pietro Beltrani.

Nel 1923, sotto la direzione di Piero Zama, che resse l’istituto dal 1920 al 1956, furono trasferiti in Biblioteca l’Archivio notarile e l’Archivio storico comunale. Trovarono posto nelle antiche scaffalature  realizzate nel 1784 da Francesco Sangiorgi su disegno di Luigi Gallignani, appositamente restaurate e qui trasferite. Scaffalature che danno il nome alla  Sala del Settecento che oggi  ospita i fondi librari costitutivi della Biblioteca.

La disponibilità degli  archivi  consentì a monsignor Giuseppe Rossini di produrre un lavoro di esame e di compilazione di regesti a schede e indici sull’archivio notarile, oggi noto come Schedario Rossini e disponibile on line.

A quel periodo si deve anche il primo nucleo dei quotidiani e delle riviste, molte delle quali pervenute per dono e che rappresentano una miniera ancora in parte da esplorare.

Negli anni Trenta il numero dei volumi superava le centomila unità. All’operato di Piero Zama si deve la ripresa della formazione della Raccolta Faentina, la sezione in cui vengono conservate con criteri sistematici le pubblicazioni a stampa relative alla città, al territorio e al comprensorio di Faenza, alle valli del Lamone, del Senio e del Marzeno, nonché alla diocesi di Faenza-Modigliana. Oggi, la raccolta, parzialmente distrutta nel 1944, è conservata nell’Aula Magna e conta oltre 47.000 unità.

I danneggiamenti bellici del novembre 1944, che provocarono la distruzione del corpo centrale dell’edificio, causarono anche la perdita di gran parte del patrimonio storico dell’istituto, con la distruzione di diverse decine di migliaia di volumi, la perdita di inventari e cataloghi storici. I fondi antichi della Biblioteca, ovvero quell'”organismo articolato secondo una disposizione ed un modello precisi, concresciuto su se stesso, che rispecchiava la propria genesi e i vari stadi dello sviluppo successivo” come ebbe a scrivere la direttrice Anna Rosa Gentilini andarono irrimediabilmente compromessi e la loro ricostruzione è stata resa alquanto ardua e complessa.

Nel corso dei bombardamenti andò distrutto anche uno dei due globi di Vincenzo Coronelli, improvvidamente spostati dalla sala di consultazione in una saletta a fianco dell’Aula Magna.

La volontà di ricostruire portò alla riapertura una piccola sala già nell’inverno del 1945. Negli anni successivi si procedette alla ricostruzione dell’ala che oggi ospita la sala Dante al pianterreno e l’Aula Magna al piano superiore. La ricostruzione fu anche l’occasione per alcuni interventi di arredo, come l’insegna della biblioteca eseguita da Domenico Matteucci e lo stemma di Faenza in ceramica di Pietro Melandri. Nel 1956 fu posta l’epigrafe latina in lettere di bronzo con il motto Huc te sapientiam derige, che oggi domina la Sala Sabbatani.

Il complesso monumentale della Chiesa e dell’ex Convento dei Servi di Maria, che dal 1825 ospita la Biblioteca nella parte centrale che si sviluppa attorno ai due chiostri, risale al XIV secolo. Le origini della fabbrica risalgono al 1313, con la posa della prima pietra da parte del vescovo di Faenza Ugolino, che finanziò largamente la costruzione, terminata grazie al determinante apporto economico di Francesco Manfredi, uno dei capostipite della omonima signoria che resse la città fino al 1501. Tutto il complesso fu gravemente danneggiato dai bombardamenti del novembre e dicembre 1944, che provocarono il crollo del campanile, dell’abside e di un’ala del convento. Dalla fine della seconda guerra mondiale la chiesa non è più adibita al culto.

Il complesso conventuale, annesso alla Chiesa, si sviluppa attorno ai due chiostri, nei quali si possono ancora riconoscere alcuni elementi rinascimentali. Il lato nord del chiostro maggiore o dell’Incoronata, sovrastato da una loggia, conserva ancora esili colonnine con capitelli in arenaria, materiale usato a Faenza prima dell’inizio del Cinquecento, quando più massiccio divenne l’uso della pietra istriana. I capitelli mantengono la forma tarda gotica con motivi ornamentali stilizzati a foglie d’acqua. Il secondo lato, perpendicolare al primo, assegnabile alla fine del Quattrocento – inizio Cinquecento per i nessi stilistici con gli edifici forlivesi dell’età di Melozzo, risulta di costruzione più accurata con colonne e capitelli in pietra d’Istria. Il lato est del secondo chiostro, quello più piccolo, presenta colonne in cotto con capitelli in pietra riferibili al secondo quarto del Cinquecento.

Il complesso fu sede dell’ordine dei Serviti sino alla soppressione degli ordini religiosi decretata dalla Repubblica Cisalpina. Il 3 agosto 1798 i beni e il convento vennero messi all’asta e l’edificio fu venduto alla famiglia Caldesi.

Il ritorno dei Gesuiti a Faenza e la conseguente necessità di procedere alla restituzione dell’edificio che li aveva ospitati fino al 1773 portò all’acquisizione da parte della municipalità dell’ex convento dei Serviti. Inizialmente, nel 1817, la scelta da parte del gonfaloniere Pietro Mazzolani era caduta sul Palazzo del Podestà, ma la richiesta inviata al Cardinal Legato di Ravenna con allegati i disegni di Pietro Tomba ebbe esito negativo. Nel 1823 furono acquisiti i locali dei Serviti per esseredestinati ad ospitare, oltre alla Biblioteca, anche la pinacoteca e le scuole pubbliche, tutti ospitati nell’ex convento dei Gesuiti. Nello stesso complesso ebbe sede fin dal 1805 anche il Liceo dipartimentale istituito dal governo della Repubblica Cisalpina e poi soppresso durante la restaurazione. Le vicende della Biblioteca comunale, del Liceo e dei loro patrimoni librari si intrecciarono più volte nel corso del XVIII e XIX secolo.

Stipulato l’acquisto venne ordinato all’ingegnere comunale Filippo Laghi di formulare un preventivo di spesa. Per l’occasione fu indetto un concorso per “ridurre” l’ex convento a nuovo uso, al quale partecipò anche l’architetto Pietro Tomba. La commissione preferì il progetto di Giuseppe Sangiorgi. L’acquisizione, tuttavia, non riguardò l’intero complesso dei Serviti: la canonica, la sacrestia e due ali del chiostro maggiore vennero adibiti a servizio della Chiesa dei Servi, eletta a parrocchia. Rimasti di proprietà della Curia, i fabbricati sono stati acquistati dal Comune di Faenza all’inizio di questo secolo.

I lavori, fra cui anche la sostituzione di diverse colonne dei due chiostri con pilastri in mattoni e il rafforzamento delle volte con tiranti, portarono fra il 1850 e il 1858 allo spostamento dell’ingresso, ancora addossato alla chiesa, in posizione centrale. Vennero costruiti il grande atrio neoclassico con colonne, cassettoni e nicchie a parete e l’imponente scalone. Rispetto ai progetti del Tomba, che prevedevano tra l’altro una facciata monumentale, i lavori effettivamente eseguiti furono di entità assai minore.

Nel 1878 un ulteriore intervento riguardò il secondo chiostro, che fu rimpicciolito per fare posto alle scuole elementari. In quel periodo la pinacoteca fu trasferita nell’ex convento dei Gesuiti, ritornato nuovamente di proprietà pubblica.

Il periodo più doloroso per la storia dell’edificio e della biblioteca fu quello della seconda guerra mondiale. La biblioteca rimase aperta fino ai primi di novembre del 1944 subendo solo la rottura di alcuni vetri. Per motivi di sicurezza l’edificio fu chiuso e le finestre verso via Manfredi murate. Le settimane successive sconvolsero il volto dell’edificio e della biblioteca, segnandola in modo indelebile. L’11 novembre una granata sfondò il soffitto dell’Aula Magna, il 17 dello stesso mese i tedeschi minarono il campanile della chiesa, facendolo saltare nella mattinata, mentre altre bombe colpirono il lato sud del primo chiostro. Ai primi di dicembre l’Aula Magna fu nuovamente colpita, ma questa volta in modo molto grave: le capriate lignee precipitando sfondarono il pavimento provocando la distruzione delle scansie e di un numero molto elevato di volumi. Purtroppo la perdita dei cataloghi e di molti inventari coevi rendono impossibile una esatta quantificazione delle opere definitivamente perdute. Fortunatamente molte delle opere di maggiore pregio erano state messe al sicuro.

Nel corso dei bombardamenti andò distrutto anche uno dei due globi di Vincenzo Coronelli, improvvidamente spostati dalla sala di consultazione in una saletta a fianco dell’Aula Magna.

Purtroppo gli interventi eseguiti negli anni Sessanta del XX secolo hanno modificato significativamente l’intero edificio: oltre alla trasformazione della facciata con l’abbassamento del pavimento al livello stradale e l’apertura di vetrine e negozi, è stato il chiostro piccolo a subire un pesante rifacimento con la sopraelevazione dell’ala sud per ospitare i complessi archivistici, fra cui anche l’archivio storico comunale, della sezione di Faenza dell’Archivio di Stato di Ravenna.

Gli ultimi interventi di restauro conservativo e di adeguamento funzionale ai nuovi bisogni della biblioteca, avvenuti per stralci e purtroppo mai completati, risalgono alla fine degli anni Novanta del secolo scorso con la ristrutturazione dell’emeroteca oggi Spazio giovani, l’apertura nel 1998 della sezione moderna attuale Sezione letteratura, della Sala Dante come sala studio a scaffale aperto (2004), e la ristrutturazione della Sala di consultazione (2008). Nel corso degli interventi di ristrutturazione, che purtroppo hanno sensibilmente modificato anche l’atrio e la sua pavimentazione, sono venuti alla luce due pavimenti di età romana: il lacerto musivo rinvenuto durante i lavori di sistemazione della caldaia nel cortile, è databile nella seconda metà del II secolo d.C, mentre il pavimento ritrovato nel 1988 potrebbe risalire alla prima età imperiale.