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Ritratto di donna di Kartum (Sudan) e ritratto di donna Beni Amer (popolazione dell’Eritrea settentrionale).

L’esperienza coloniale italiana nel Corno d’Africa ebbe ufficialmente inizio nel 1882 quando avvenne la cessione allo Stato italiano «della proprietà privata» di tutti i territori della baia di Assab (odierna Eritrea). Le terre erano state acquistate nel 1869 da alcuni capi locali dal missionario ed esploratore Giuseppe Sapeto per conto dell’armatore Raffaele Rubattino dell’omonima Compagnia Coloniale; con la Convenzione del 10 marzo siglata con il Regno d’Italia esse vennero ufficialmente trasformate in Colonia italiana.
Negli ultimi anni dell’ottocento i militari ebbero un ruolo di primo piano in quella che viene definita “spartizione dell’Africa”: il rapido proliferare di rivendicazioni egemoniche europee sul territorio africano caratterizzato dal controllo di governo diretto sul territorio, secondo il “principio dell’effettività” che ne prevedeva, appunto, l’occupazione effettiva.

In Italia le politiche di espansione coloniale vennero sostenute da ex mazziniani come Francesco Crispi, ma non ricevettero pieno favore all’interno della classe dirigente, sebbene entrambe le fazioni avessero in comune un substrato razzista e di retorica civilizzatrice nei confronti di chi era considerato “selvaggio”. La missione civilizzatrice si definisce già elemento chiave della rappresentazione e della legittimazione del colonialismo a partire dal Congresso di Berlino del 1878, secondo cui l’assimilazione costituisce il fine della colonizzazione in una prospettiva evoluzionista.

In questi stessi anni si andava formando anche la consapevolezza dell’utilità che l’antropologia, l’etnologia e la ricerca etnografica potevano avere sia nel governo delle nazioni sia nel contesto coloniale. Gli studiosi iniziarono a rivendicare, non senza orgoglio, l’importanza di un loro ruolo strategico funzionale all’interno delle colonie. Come dichiara esplicitamente l’esploratore Lamberto Loria nel 1912, “la conoscenza degli usi e costumi dei popoli soggetti ad una nazione civile rende a questa più facile la conservazione del dominio”.

In questo panorama s’inserisce uno dei più interessanti oggetti custoditi all’interno del Museo del Risorgimento e della Storia Contemporanea, un vero tesoro nascosto. Si tratta di un album di fotografie che fu regalato da un militare ignoto al faentino Carlo Monti.

Esso contiene una raccolta unica di immagini che illustrano la vita quotidiana, le attività religiose e militari, i territori e i costumi delle comunità etniche abissine e sudanesi. Colpisce come l’occhio di un militare si sia soffermato su particolari della cultura materiale come i gioielli e in ritratti particolarmente riusciti degli abitanti dei villaggi eritrei, in quella che possiamo definire un’”involontaria ricerca etnografica”.

L’Italia perse le colonie in Africa durante la seconda guerra mondiale e vi rinunciò con la firma del trattato di Parigi del 10 febbraio 1947. Si trattò di una “decolonizzazione dall’alto”, in massima parte decisa dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che sancì l’indipendenza della Libia e l’autonomia dell’Eritrea nel quadro della federazione con l’Etiopia. All’Italia restò solo l’amministrazione fiduciaria sulla Somalia fino al 1960.
Le stesse discipline antropologiche ed etnografiche dagli anni Sessanta in poi misero radicalmente in discussione i loro fondamenti, proprio alla luce dei rapporti intercorsi con le politiche colonialiste e alla vicinanza avuta con un sistema di dominio e sfruttamento imperialista. L’esito di questa crisi di lunga durata nell’assetto della disciplina sarà una nuova modalità critica e riflessiva cui rileggere la storia del colonialismo e ridefinire il concetto stesso di cultura in un senso dinamico in opposizione alla tradizionale visione omeostatica.