Tutti i come e perché della Biblioteca Comunale di Faenza. Dalle origini fino alla fine della Seconda guerra mondiale.

É stato detto tante volte che la grande ricchezza delle biblioteche comunali come quella di Faenza è costituita dalle donazioni dei cittadini che si sono accumulate nel corso dei secoli. Non è solo un modo di dire cortese e… propiziatorio: è la pura verità. Naturalmente stiamo parlando di donazioni particolari, di collezioni che siano il frutto della passione e dell’acribia di una persona che ha dedicato alla raccolta di libri di un certo argomento o di una certa tipologia gran parte della propria vita.

Vi confesso che a volte i bibliotecari subiscono cocenti delusioni: avevano messo gli occhi avidi su una certa collezione, erano convinti che la Biblioteca fosse il destinatario ovvio, sicuro, naturale di quella massa più o meno grande di libri e poi se la vedono sfuggire sotto il naso. É capitato negli ultimi 10-15 anni anni almeno tre volte, che io sappia, ma sicuramente mi è sfuggito qualche caso. Uno lo posso raccontare: fummo a un passo dal ricevere, non scendo nei particolari, la formidabile raccolta di volumi sulle trade unions e, in genere, sul movimento operaio britannico, di Vittorio Foa.

Faccio presente che è oggetto di studio, anche accademico, cosa sia opportuno che una certa biblioteca, di una tal dimensione o di tali caratteristiche, riceva in dono. Si cerca giustamente di evitare che il lascito giusto finisca nel luogo sbagliato. Senza esagerare, si spera, nello spaccare il capello in quattro. Forse coi criteri scientifici attuali alcuni nostri pezzi forti sarebbero finiti da un’altra parte….

Ma può capitare che il dono arrivi, per così dire dall’alto, aggettivo azzeccato per quel che segue e inaspettato. É ciò che è successo qualche mese fa quando, grazie ad una serie di circostanze fortunate – c’è di mezzo anche il nostro Sindaco – la vostra amata Biblioteca è potuta entrare in possesso della notevolissima raccolta di libri sulla montagna e l’alpinismo, appartenuti a Luigi Rava. Sono 623, per essere precisi.

Lugi Rava, faentino doc, morì a soli 67 anni nel novembre 2007, a poche ore dal convegno su Giovanni Cattani del quale lui e qualche altro volonteroso, tra cui chi scrive, erano stati gli organizzatori.

Rava era un grande appassionato di montagna e di libri e aveva ricoperto incarichi importantissimi a livello nazionale nel Club Alpino italiano. Dobbiamo ringraziare prima di tutto la generosità e la disponibilità di suo figlio Oscar se la donazione è andata a buon fine.

Tra i tanti libri importanti o anche solo interessanti che fanno schizzare in alto la nostra biblioteca tra quelle più fornite su questo argomento a livello romagnolo, ne scelgo uno che mi ha immediatamente colpito anche perché scritto in tre lingue di cui una molto particolare: la lingua georgiana, con il suo affascinante alfabeto. Il libro è di media rarità: sono 9, oltre alla nostra, le biblioteche italiane che lo possiedono, ma è davvero sfiziosissimo. Le altre due lingue, per tranquillizzarvi, sono italiano e inglese.
Si tratta del catalogo di una mostra tenuta nel 2001 a Tbilisi, capitale della Georgia.
Si intitola: Vittorio Sella nel Caucaso Georgiano, 1889 -1890 -1896, in Italia è pubblicato da Gangemi.
Vittorio Sella (1859-1943) biellese, era nipote del celeberrimo ministro Quintino che fu anche, tra le altre cose, pensate un po’, il fondatore del CAI.
Vittorio fu alpinista e fotografo, organizzatore di importanti spedizioni lungo tutto l’arco della vita. Il libro in questione documenta la sua visita nel Caucaso quando aveva circa 30 anni. In particolare le sue fotografie raffigurano una regione piuttosto ristretta, quella che veniva allora chiamata in italiano Soanezia, in georgiano è Svaneti. Si tratta sostanzialmente della valle del fiume Enguri (o Inguri), celebre anche per una diga altissima costruita nel periodo sovietico. É un microcosmo magico fatto di paesi formati da decine di case torri, da chiese affrescate nel medioevo, con, sullo sfondo, alcune delle vette più elevate del Caucaso, anche superiori ai 5.000 metri. La valle delle torri, si potrebbe chiamarla così, per questa sua caratteristica peculiare, è lunga più di 50 chilometri, dai 1000 ai 2200 m. slm. Sella documenta in modo ammirevole paesaggi naturali, architetture e persone, moltissime persone, che abitavano e in parte abitano ancora i più alti insediamenti umani stabili d’Europa.
Nel bel museo etnografico e artistico di Mestìa, capoluogo della valle, vi è una mostra permanente dedicata al nostro Sella e le sue immagini sono contrappuntate da fotografie eseguite, negli stessi luoghi, negli anni 2000.