Tutti i come e perché della Biblioteca Comunale di Faenza. Dalle origini fino alla fine della Seconda guerra mondiale.

Senza alcun dubbio uno dei ritratti più celebri di tutti i tempi è quello che Giovanni Bellini fece al doge Leonardo Loredan tra l’ottobre del 1501 e il 1502, immediatamente dopo la sua elezione alla massima carica della Serenissima Repubblica di Venezia.
Il dipinto, come probabilmente saprete, è uno dei pezzi forti della National Gallery di Londra. È difficile rimanere indifferenti davanti ad una rappresentazione così penetrante di un uomo di potere, con il suo enigmatico accenno di sorriso, con caratteristiche fisiche tanto precise, come l’accentuata magrezza, il collo lungo e le rughe dell’età. Aveva allora circa 65 anni che per quel tempo rappresentavano una soglia piuttosto avanzata.
Il suo abbigliamento è perfettamente adatto a questa elegantissima “sobrietà”, anche se recentemente è stato rilevato che, comunque, per le sue caratteristiche intrinseche, non si tratta di un ritratto ufficiale, di stato, ma fu commissionato probabilmente per essere esposto nel palazzo di famiglia. Il Doge indossa il copricapo tanto caratteristico, una sorta di corona, denominato corno ducale (o dogale) ed è vestito di un abito di broccato bianco e oro col motivo della melagrana.
Un paio di anni dopo, all’inizio del 1504, ritroviamo Leonardo Loredan in una miniatura conservata presso la nostra Biblioteca; un documento che è, come il dipinto di Bellini, una specie di piccola enciclopedia dei simboli del potere, con un’aggiunta se possibile ancora più pregnante, perché il doge indossa la cappa di ermellino, simbolo della carica suprema. L’occasione infatti è assolutamente ufficiale.
Ma andiamo con ordine. La Biblioteca di Faenza custodisce, come è noto, il formidabile lascito librario e archivistico della famiglia Zauli Naldi. Formidabile anche perché, tra le altre eccellenze, contiene una delle più importanti collezioni al mondo di libri giuridici del XVI e XVII secolo.
Fa parte del fondo Zauli Naldi una pergamena dell’ultimo giorno di gennaio del 1504, con la quale viene conferito a Vincenzo Naldi, brisighellese, (di Villa Vezzano per la verità), importante capitano di ventura, un attestato/diploma del servizio prestato a favore della Serenissima Repubblica in occasione dell’acquisizione al dominio veneto della città di Faenza. Per essere precisi il primo capitolato tra Faenza e Venezia (l’abbiamo noi in Biblioteca) era stato siglato nella nostra città nel novembre precedente, mentre la conferma del Doge Leonardo era avvenuta a Venezia in gennaio (lo hanno all’Archivio di Stato di Faenza), dunque pochi giorni prima del diploma Naldi.
Purtroppo la pergamena è piuttosto sciupata. Qualcuno, nel corso dei secoli, l’ha addirittura piegata come fosse stato un foglio di carta: criminale!
I colori sono in parte rovinati, bisogna fare un certo sforzo per immaginarsela appena uscita, tutta fiammante, dall’atelier dell’artista veneziano specializzato in questo genere di composizioni di Stato. Era sicuramente magnifica. Ancora oggi però, nonostante tutto, è un documento mozzafiato: il tempo l’ha oltraggiata, ma l’ha anche rivestita di un’aura affascinante. È piena di stemmi e di simboli, come ho detto, con due scenette: a destra è il nostro Doge, alto, magrissimo, ieratico, vestito di broccato ed ermellino, che consegna la pergamena al Naldi inginocchiato. Dall’altra parte, in alto a sinistra, è dipinta l’Annunciazione. Sorprendente l’accostamento di queste due scene? Nemmeno troppo se ci pensate bene.