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Appunti sul ricordismo faentino – III

2019-03-13T11:26:45+00:00

In occasione dell’uscita del libro Storia di Faenza dalla preistoria all’anno Duemila, importante lavoro di un gruppo di giovanissimi studiosi, coordinati da Gabriele Albonetti, la Biblioteca vi propone uno sguardo su un altro modo di guardare il passato: la memoria.

Dicevo prima che questo genere di pubblicazioni continua ad avere una rigogliosa produzione, ciò è vero certamente per Faenza dove possiamo vantare numerosi cantori del mondo di ieri anche negli ultimi anni. Vediamoli, senza pretesa di completezza naturalmente e con la premessa che, non essendo io per nulla un critico letterario, svolgo esclusivamente considerazioni impressionistiche.
Dal punto di vista quantitativo una menzione particolare spetta certamente all’opera indefessa di Carlo Ferrini che negli ultimi 20 anni ci ha letteralmente inondato dei suoi ricordi e delle sue considerazioni su Faenza vecchia e nuova, se non sbaglio abbiamo superato i venti volumetti: un miracolo di prolificità!Poi vorrei ricordare Rino Savini simpatico e focoso che ha dedicato tanta parte della sua vita all’attività didattica. Lui scrisse dei veri e propri libri di storia come La mia Faenza. Storia della città, o La Romagna nel Risorgimento. Faenza e altri ancora, ma qui mi piace menzionarlo per alcuni suoi piccoli opuscoli come Soprannomi dei faentini, Faenza nel tempo, I mestieri che scompaiono che si inseriscono perfettamente nel nostro filone.
Purtroppo breve, ma intensa la parabola di Ermo Verna, prematuramente scomparso, che ebbe una tardiva vocazione di memorialista, ma, tra il 1989 e il 1999, riscosse molto successo a cominciare da un volume divenuto ben presto cult, C’era una volta il Caffe Vespignani: caffe, caffettieri, clienti e avventori che a Faenza è quasi più famoso di Bar Sport di Stefano Benni.  Di Verna è obbligatorio ricordare un altro esempio purissimo e paradigmatico di ricordismo, Cara Faenza: andar per vicoli e piazzette a veder porte e portoni.
Esce dagli schemi di cui sopra l’opera di Veniero Casadio Strozzi perché in essa la ricerca storica sulle fonti prevale nettamente sul ricordismo, tuttavia è così forte la sfiziosità degli argomenti che non posso proprio fare a meno di citarlo nel presente contesto. Basta qualche titolo della sua ampia produzione per far capire che, comunque, ci siamo, anche se prevale, per così dire, il “lato oscuro”, cattivista, della tradizione e ci sono ben poche concessioni ai “buoni sentimenti”: Faenza: osterie locande e casini; Faenza nera: guerre, crimini e avversità nella storia cittadina; Quando la Romagna tollerava; Guida alla Faenza insolita storica leggendaria.
Antonio Drei, Nino per tutti coloro che gli avevano rivolto la parola almeno una volta, è purtroppo scomparso nel 2010. Grandissimo esperto della storia di Faenza del XIX secolo, era anche, a causa della sua smodata frequentazione degli archivi, un appassionato raccoglitore di curiosità di storia sociale minore della nostra città che ha di frequente pubblicato su periodici locali. Così come continua a fare Angelo Emiliani. Vorrei non essere frainteso: le qualità dello storico sono perfettamente compatibili con quelle del raccoglitore di curiosità e aneddoti, soltanto cambiano le occasioni e il tono. Questi due amici hanno dimostrato in vari frangenti di essere anche degli storici coi fiocchi.
Con Giuliano Bettoli incontriamo un vero e proprio poligrafo. Per anni innumerevoli fu polemista, giornalista e scrittore, teatrante e poi, non dimentichiamolo, animator e magna pars di quello che si può tranquillamente definire l’organo ufficiale del ricordismo cittadino: «2001 Romagna». Di lui desidero menzionare Faenza nel suo piccolo, Faenza una dritta e una storta, Faenza sottosopra, ma soprattutto, in forza del suo non celato, viscerale amore per una parte ben delimitata della nostra città, Il Borgo non è il borgo di Faenza: è faenza che è il borgo del Borgo.  Infine, vero e proprio canto del cigno, Il Borgo Durbecco di Faenza: una storia per immagini.
Mario Gurioli, è l’aedo della campagna faentina e quindi la sua produzione si differenzia dagli esempi precedenti che hanno sostanzialmente sullo sfondo un ambiente urbano. Non dobbiamo dimenticare l’enorme importanza della campagna nel nostro contesto. Di Gurioli citerò Fët dla mi tëra, ma dobbiamo ricordare anche il libro sulla triade fondamentale del vecchio mondo mezzadrile Padrò fatur e cuntadé e inoltre Duemila e una terra, Mestieri di un tempo che fu, Fët d’una vôlta, La famèja cuntadena, La divuziò dla nostra campagna….Si noti come il “sapore” dei titoli sia  perfettamente in sintonia con le considerazioni svolte in precedenza.
Devo citare infine una new entry, Floriano Cerini che ha fatto irruzione nel mondo del ricordismo da quando è andato in pensione, negli anni dieci del nostro secolo. Il suo ultimo titolo, per il momento, è Un’s’fa pió l’amôr com’una vôlta: storie romagnole di corteggiamento e amore.