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Appunti sul ricordismo faentino – I

2019-02-15T12:06:47+00:00

In occasione dell’uscita del libro Storia di Faenza dalla preistoria all’anno Duemila, importante lavoro di un gruppo di giovanissimi studiosi, coordinati da Gabriele Albonetti, la Biblioteca vi propone uno sguardo su un altro modo di guardare il passato: la memoria

Per primo dunque fu l’Addio Vecchia Faenza, di Piero Zama. Lui, lo conoscete, è stato il mitico direttore della nostra Biblioteca per una bella fetta del ‘900, nonché capo del fascismo faentino fino al 1924. Quel libro venne pubblicato nel 1933 che, mi permetto di ricordarlo, è l’anno in cui Hitler prese il potere in Germania.

Mi sarebbe piaciuto cominciare così questa sommaria ricognizione sulla memorialistica faentina. Mi era scattato il corto circuito, come usa dire, e perciò mi ero fatto il seguente film (usa ancora dire anche questo?). Che Piero Zama avesse scritto Addio vecchia Faenza! sotto l’influsso di un libro che continua ad essere celeberrimo e quasi proverbiale: Il mondo di ieri di Stefan Zweig, grande scrittore, ebreo viennese, prolifico autore, tra le due guerre, di biografie di grandi personaggi. Divenne apolide dopo l’annessione dell’Austria alla Germania, morì suicida in Brasile dove si era rifugiato, nel 1942: in tutto degno di una storia di Hugo Pratt…. Peccato che il suddetto libro di ricordi del vecchio impero asburgico sia stato pubblicato per la prima volta, postumo, nel 1944 e in Italia sia apparso nel 1946, cioè rispettivamente 11 e 13 anni dopo la pubblicazione del volume di Zama.

Per quanto riguarda la primazìa di Zama sul titolo (almeno quella!): peccato che un tal Pio Poletti, mannaggia a lui, avesse pubblicato un Addio vecchia Ravenna già nel 1924. Questa scoperta è stata un colpo basso per me, perché è chiaro che il bibliotecario Piero Zama non poteva non conoscere quel saggio del ravennate.

Così è miseramente crollato ciò che era l’abbozzo di una teoria: Zama inventore di un titolo suggestivo, ispirato, nel suo ricordismo, dal grande Zweig. Bello, vero? Praticamente perfetto: Faenza e Vienna unite nella storia. E invece niente! Evidente dimostrazione che, spesso, affascinanti costruzioni teoriche sono smentite da piccoli fatti ostinatamente veri.

Alla fine quindi l’unico dato inoppugnabile è la coincidenza con la presa del potere di Hitler, la quale, peraltro, è la pietra tombale su di un’illusione nutrita da alcuni fino a quel momento: che la Grande Guerra fosse stata solo una tremenda parentesi e il mondo poi, tutto sommato, potesse tornare ad essere come prima. Nonostante la rivoluzione bolscevica, la caduta delle aquile, l’inflazione galoppante del dopoguerra, la marcia su Roma e la dittatura fascista, il crollo di Wall Street ecc. ecc. Mi sto allargando un po’ troppo, vero? Allora dico una cosa che non è certo una mia scoperta, ma va ribadita. La prima guerra mondiale, a Berlino e Vienna ecc. così come, si parva licet, a Faenza, segna una cesura totale, epocale, antropologica con ciò che era prima il quale diventa così, automaticamente, “il mondo di ieri”. La memorialistica commossa e/o comico-aneddotica su cosa facevano i nostri vecchi e come si stava “prima” (spesso malissimo!) non può nascere dunque se non dopo il 1918. Prima non ne sentivano affatto il bisogno perché, pur con le dovute e robuste eccezioni, ci erano immersi, nel vecchio mondo tradizionale. Tale memorialistica continua tuttora, nel XXI secolo, prolifica e generosa, in vari modi che sono comunque imparentati con quegli inizi. Poi è chiaro: uno può scrivere un commosso/divertito american o faventian graffiti riferito agli anni ’60 o ’70 e perfino ’80 o ’90, ma questo genere di operazione culturale è cominciato con Pio Poletti, Piero Zama e Stefan Zweig e i loro emuli e fratelli di ogni città e paese.

Va precisato che non sto parlando dello studio delle tradizioni, quello, più o meno, c’è sempre stato: valga, per la Romagna, l’archetipo di tutti gli studi sulla nostra terra Usi, e pregiudizj de’ contadini della Romagna operetta serio-faceta di Placucci Michele di Forlì’ che è del 1818. No, parlo del tono di nostalgia e rimpianto, esplicitamente dichiarato o soltanto sottinteso nelle opere in questione, anche quando in esse sembra prevalere l’aspetto comico o goliardico. Tono che le fa appartenere tutte, pur con notevoli differenze, ad un unico genere, quello ricordistico, appunto