Faenza e un po’ di-mondi. Le buone cose di storico gusto della Biblioteca Manfrediana

Con il 1815 finì il periodo napoleonico e iniziò la Restaurazione. Terminata la disgraziata parentesi di circa vent’anni i vecchi governanti si rimboccarono le maniche (e qualche volta si infilarono di nuovo le parrucche settecentesche) per riportare tutto al vecchio ordine. Ma sapete come vanno le cose: i poderi e le case sequestrate ai conventi erano già stati venduti e a nessuno venne in mente di toglierli ai nuovi proprietari.
E  anche i libri ormai erano tutti lì in un bel mucchio: chi se la sentiva di riconsegnarli ai frati e alle suore?
I quali frati/suore poi, nel frattempo erano invecchiati e molti anche morti!
Così assistiamo al paradosso di un governo reazionario che riuscì a concludere ciò che gli araldi del progresso avevano mancato.

La Biblioteca comunale aprì al pubblico, nell’ex convento dei Gesuiti, il 25 novembre del 1818.
Nel 1825 venne trasferita nella sede attuale, cioè l’ex convento dei Servi che il Comune aveva acquistato dai nuovi proprietari. Si decise di cambiare sede anche perché i Gesuiti stavano per rientrare a Faenza e reclamavano la loro vecchia residenza.
Oltre ai conseguenti problemi di spazio, per dirla proprio tutta, i responsabili del Comune temevano, ci scommetterei, che, lasciando lì la Biblioteca, i Gesuiti medesimi ci ficcassero il loro naso (a torto o a ragione considerato molto lungo), ciò che era meglio evitare.